Ricordando Chernobyl

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Alle ore 1:23:44 del 26 aprile 1986 il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplose.

Un susseguirsi di errori umani, l'instabilità tecnica intrinseca del reattore stesso ed alcune manovre azzardate durante un’esercitazione notturna agli impianti di sicurezza, provocarono la fusione e l'esplosione del nocciolo ed il collasso dell'intera struttura protettiva.

Il violento incendio che ne conseguì disperse nell'aria un'enorme quantità di isotopi radioattivi. I venti sparsero le particelle nell'atmosfera, contaminando intere regioni di Ucraina, Bielorussia, Russia e raggiungendo poi gran parte dell'Europa occidentale.

Fu il primo incidente nucleare ad essere classificato come livello 7, il massimo livello della scala INES degli incidenti nucleari. Il secondo caso ad essere classificato tale è stato quello della centrale nucleare di Fukushima in Giappone, dell'11 marzo 2011.

 

"Testimoni all'esterno della centrale hanno visto scagliati all'aria pezzi in fiamme che, nel ricadere, estendevano l'incendio al corpo della centrale stessa. Circa il 25% dei blocchi di grafite fu sparato all'aria in fiamme. Furono scagliati lontano anche pezzi di elementi di combustibile, parti del nocciolo e delle strutture portanti. Le spaccature nel tetto fecero da effetto camino con l'estensione ulteriore dell'incendio. Questo fu l'inizio della catastrofe. Il pennacchio di fumi, contenenti isotopi radioattivi, si alzò per oltre un chilometro sopra la centrale. I componenti pesanti di questi fumi ricaddero più o meno nelle vicinanze della centrale, ma i componenti leggeri, i gas, iniziarono la loro marcia per l'Europa iniziando dal Nord-Est della centrale, dove i venti prevalenti spingevano [...]. Saliva la temperatura ed il nocciolo stava fondendo in una massa unica nella quale proseguiva e sarebbe proseguita per molto tempo la reazione a catena. Il nocciolo intanto penetrava nel suolo per oltre 4 metri. Ormai c'era solo da tentare qualche operazione che alleviasse il completo disastro. Oltre cento incendi erano scoppiati nelle adiacenze della centrale [...]. "

(prof. Roberto Renzetti, docente di Fisica Generale all'Università di Roma Tre)

 

Il governo sovietico inizialmente cercò di tenere nascosta la notizia del grave incidente nucleare e nonostante la situazione risultasse già decisamente disperata, un velo di omertà si stese sull'URSS.

La mattina del 27 aprile alcuni lavoratori in ingresso alla centrale di Forsmark, nella relativamente vicina Svezia, fecero scattare l'allarme ai rilevatori di radioattività. Si suppose, visto l'elevato livello dei dati, che vi fosse una falla all'interno della centrale ed i responsabili cominciarono immediatamente a fare dei controlli. Assicuratisi che la loro centrale fosse perfettamente in sicurezza, cominciarono a cercare altrove la fonte delle radiazioni, giungendo così fino in Unione Sovietica.

Il governo russo, alle prime richieste di spiegazioni, perseverò nell'atteggiamento omertoso.

Gli svedesi però, a seguito dei loro controlli, avevano già messo al corrente tutta l'Europa del grave incidente occorso nella centrale sovietica. Il mondo intero cominciò a fare pressione, e finalmente vennero rilasciate dalle autorità le prime scarne dichiarazioni sull'incidente.

Cercando di limitare la portata del disastro, le autorità sovietiche inviarono immediatamente sul posto delle squadre di pulizia di vigili del fuoco.

La squadra capitanata dal tenente Vladimir Pravik fu la prima ad arrivare sul luogo del disastro. Poche ore dopo alcuni incendi sul tetto e attorno al reattore erano già stati estinti. Pravik morì il 9 maggio 1986, appena 13 giorni dopo l'esplosione, e come lui altri vigili del fuoco in azione la mattina del 26 aprile. Inviati sul posto con il comando di spegnere un incendio causato da un "semplice" corto circuito, non erano stati ben informati della tossicità dei fumi e del materiale caduto dopo l'esplosione nell'area circostante la centrale.

Il reattore continuò a bruciare per giorni e venne infine spento con l'ausilio di elicotteri, dai quali i volontari rilasciarono manualmente migliaia di tonnellate di boro, silicati, sabbia e dolomia. Uno di questi precipitò durante la manovra di sgancio materiali, urtando il cavo di una gru che ne spezzò le pale. I quattro giovani piloti morirono.

Nei giorni a seguire si continuò a raffreddare il reattore inondandolo d'acqua. Questo tipo d'intervento generò, tuttavia, ulteriore vapore radioattivo che si disperse nell'atmosfera. I detriti radioattivi più pericolosi furono radunati dentro quello che rimaneva del reattore ed il reattore stesso fu coperto con sacchi di sabbia.

Nei mesi successivi la catastrofe, centinaia di migliaia di persone, fra militari e civili, furono coinvolte nelle operazioni di pulizia e di messa in sicurezza del sito. Così come i primi vigili del fuoco intervenuti nei giorni immediatamente seguenti l'esplosione, si trattava di persone gravemente disinformate, impreparate ed inconsapevoli dell'entità del rischio.

"Bio-robot" e "Liquidatori", così vennero chiamati, perché incaricati di decontaminare, pulire, "liquidare", come tante piccole macchine, il sito reattivo e le zone circostanti. I primi che intervennero uscirono sul tetto semi esploso del reattore per raccogliere macerie e pezzi di grafite altamente radioattiva, e gettarli nella voragine sottostante. I turni cui erano sottoposti, di 2 minuti ciascuno, erano tre volte più lunghi di quelli che studi successivi stimeranno come limite massimo di esposizione continuata all'enorme dose di radiazioni presenti. Anche gli operatori della centrale rimasero nei pressi del reattore cercando di tamponare il danno.

Spento il fuoco ci si rese conto che i problemi non erano solo nell'aria. Le piscine di sicurezza posizionate sotto i reattori erano piene dell'acqua contaminata uscita dal circuito primario e di quella usata dai pompieri per spegnere l’incendio. Il rischio di danneggiare irreversibilmente le falde acquifere circostanti era elevatissimo. Un invaso contenitivo sicuro venne appositamente realizzato, ma per aprire le valvole e svuotarvi all'interno le piscine in modo controllato, le macchine non potevano essere d'aiuto. Le valvole erano sott’acqua, nella piscina, vicino il fondo pieno di macerie altamente radioattive, che la facevano brillare di color azzurro. Qualcuno avrebbe dovuto camminare fino al reattore dove la radioattività era così intensa da far sentire un sapore metallico in bocca, confusione in testa e pizzicorio sulla pelle, mentre le mani si abbronzavano in pochi secondi. Avrebbe poi dovuto immergersi per aprire le valvole a mano: un’operazione difficile e pericolosa già in circostanze normali. I primi due a offrirsi volontari furono Alexei Ananenko e Valeriy Bezpalov. Entrambi ingegneri nucleari (il primo aveva oltretutto partecipato alla costruzione della centrale e conosceva il piazzamento esatto delle valvole), sapevano benissimo di andare incontro alla morte. Un terzo martire, il giovane operaio Boris Baranov si offrì per sostenere la lampada subacquea che avrebbe consentito ai primi due di svolgere la delicata operazione. La lampada si ruppe poco dopo l'immersione, ma le saracinesche si aprirono e circa un milione di metri cubi d'acqua radioattiva fu messo in sicurezza.

C'erano riusciti. Sepolti lì, o più probabilmente sopravvissuti giusto il tempo di celebrare la loro vittoria contro il mostro per poi morire poco dopo in ospedale per sindrome radioattiva, i tre andarono incontro all'ineluttabile destino. Le versioni sull'accaduto sono contraddittorie. La più inverosimile, ma piacevolmente ottimista, dice addirittura che almeno il giovane Baranov scampò la morte.

"...a Chernobyl ho filmato anche il monumento più triste del mondo: le statue di cemento grigio che ricordano i “Liquidatori” della centrale, i pompieri e gli operai che scelsero di andare incontro alla morte per spegnere il Moloch nucleare.

Oggi la parola “kamikaze” ha connotati solo negativi...[...]...25 anni dopo, a 8000 km di distanza, i 50 kamikaze di Fukushima stanno compiendo lo stesso sacrificio dei “Liquidatori” ..."

(Mimmo Lombezzi, IL Fatto Quotidiano, 19 marzo 2011)

And when the robots failed, then came the liquidators
They called them heroes, and they sent them to die
Now you can meet so many lonely Russian women

Actually widows, for a lie
Where there were plans about a future there is nothing
The sounds of life have now been silenced by who knew
Who’d be the next prey of the radioactive fury
Maybe me, or maybe you
And as many pray, just to live another day

There are others that say it won’t happen to us, no way

(dal brano “Sons of Chernobyl” di Peter Aresti)

E quando i robot fallirono, allora arrivarono i liquidatori
Li chiamarono eroi, e li mandarono a morire
Ora puoi incontrare molte donne russe solitarie
Attualmente vedove, per colpa di una bugia
Laddove vi erano progetti per un futuro non c'è più nulla
I suoni della vita sono stati ora zittiti da chi sapeva
Chi sarà la prossima vittima della furia radioattiva?
Forse io, o forse tu?
E mentre molti pregano solo per vivere un altro giorno,
Ci sono altri che dicono che non succederà mai a loro

 

 

L'acqua come disperato tentativo di pulizia e rinascita: essa, insieme alla terra, fu protagonista delle fasi iniziali della guerra al subdolo nemico radioattivo.

Le centinaia di migliaia di persone che intervennero per tamponare il disastro nei primi mesi, si occuparono di gettare sabbia e terra su case, strade, oggetti di ogni tipo, per poi ripulire con enormi quantità d'acqua sparata da idranti. A fine giornata, gli stessi uomini impegnati nella pulizia, così come i mezzi di soccorso utilizzati, venivano letteralmente inondati. Erano necessarie almeno 5 o 6 docce. Necessarie, ma probabilmente non sufficienti.

E fu paradossalmente proprio l'acqua, sia quella utilizzata per gli interventi e contaminata dalle scorie, sia la pioggia e le falde acquifere raggiunte dai radionuclidi, a divenire un ulteriore mezzo di rapida diffusione di questo dramma incontrollabile.

La stessa notte dell'esplosione in molti erano rimasti fino a tardi ad ammirare la luce scintillante sopra il reattore: nessun cittadino era ancora realmente conscio della gravità di ciò che stava accadendo.

Il mattino successivo allo scoppio del reattore, gli ignari abitanti non sospettavano nulla riguardo la portata dell'incidente. La vita di ciascuno procedette normalmente, i bambini furono mandati a scuola da genitori totalmente inconsapevoli.

Benché la situazione fosse già critica, la città di Pripyat non venne evacuata immediatamente, complice il clima generale, volto a minimizzare i fatti, portato avanti dalle autorità.

Quel 26 aprile, anche gli operai impegnati nella costruzione dei reattori 5 e 6 andarono regolarmente al lavoro.

Le autorità sovietiche iniziarono ad evacuare la popolazione dell'area circostante Chernobyl solamente 36 ore dopo l'incidente. Nel momento dell’evacuazione fu detto ai cittadini di portare con sé pochi effetti personali, che sarebbero stati trasferiti in misura precauzionale, e che in breve tempo avrebbero potuto far ritorno alle loro abitazioni.

Non fu così.

Giunsero da Kiev decine di autobus. Essi vennero successivamente abbandonati ed ammassati, insieme alle migliaia di mezzi utilizzati per lo sgombero e la gestione della zona, in una sorta di cimitero nell'area interdetta.

Nel maggio 1986, circa un mese dopo, tutti i residenti nel raggio di 30 km dall'impianto, circa 116.000 persone, erano stati trasferiti. Secondo i rilievi degli scienziati dell'International Chernobyl Project, la contaminazione da cesio-137 in quantità superiori a 185 kBq/m² interessò un'area di circa 28.000 chilometri quadrati, abitata da circa 830.000 persone, un numero paragonabile a quello della popolazione dell'Umbria.

"[…] Alla radio si erano susseguiti per tutta la giornata gli annunci dell'evacuazione: dovevamo prepararci, ci avrebbero portati via per tre giorni, per poter lavare tutto e controllare il livello delle radiazioni. Ai bambini veniva raccomandato di non dimenticare i sussidiari scolastici. Mio marito però ha infilato nella cartella anche i documenti e le foto del matrimonio. Io mi sono portata via solo un foularino di velo nel caso il tempo si guastasse...".

(Svetlana Aleksievic, Preghiera per Cernobyl, testimonianza di Nadezda Petrovna Vygovskaja, evacuata dalla città di Pripyat)

A 30 anni dall'esplosione del reattore ci si domanda ancora quante siano state realmente le vite falciate dall'incidente:si continua a contare, ed i conti non tornano mai. Sono cifre contrastanti, a volte contraddittorie, ma tutte raccapriccianti.

C'è chi conta i morti diretti, immediati, e lo fanno le fonti ufficiali, quelle dell'Onu. Tra le circa 1000 persone che si trovavano nella centrale durante il disastro ed i pompieri che intervennero per spegnere l'incendio, 134 contrassero la sindrome da intossicazione radioattiva acuta. Di queste 28 morirono nel 1986 e 19 nei vent'anni successivi. Un rapporto della FAO stima che vi siano state in totale 58 vittime dirette del disastro dal 1986 al 2006.

Poi, però, c'è chi conta tutti coloro che successivamente si sono ammalati a causa delle radiazioni, e che sono la parte più consistente di questo tragico bilancio. E soprattutto a proposito di questi ultimi non c'è accordo. Come si dice "tecnicamente", non ci sono evidenze, ossia prove scientifiche, del costo umano del famigerato incidente. Solo le prime vittime vennero dunque ufficialmente riconosciute dalle autorità.

Le conseguenze maggiori delle radiazioni hanno riguardato non solo l'Ucraina, ma anche la Russia e la Bielorussia. Le autorità ucraine hanno stimato che circa 5 milioni di persone abbiano sofferto, in modo più o meno diretto, per la catastrofe nucleare. Una buona parte di questi vive ancora nelle regioni contaminate. 

"Il giorno della catastrofe, il 26 aprile 1986, abbiamo festeggiato il 50 ° compleanno di mio padre. Improvvisamente, ha ricevuto una chiamata da Chernobyl e andò per organizzare i soccorsi. Così ho conosciuto la vera storia dall'inizio. Purtroppo, abbiamo ancora difficoltà a provare i problemi causati dalle radiazioni. Chernobyl interesserà molte generazioni. Ci vorranno altri 575 anni perché il territorio sia completamente bonificato. Ora, in Giappone le cose sono diverse perché noi facciamo vedere cosa sta succedendo ed è un vero disastro. Spero che le conseguenze dell'incidente in Giappone (Fukushima) siano meno pericoloso che in Ucraina."

(Valery Pyatnitsky, ministro ucraino per l'Economia nel 2011)

Nessuno era immune, nemmeno i paesi più distanti dall'Ucraina.

È stato stimato che l’incidente di Chernobyl rilasciò nell’atmosfera una quantità di radiazioni centinaia di volte superiore a quella delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, contaminando vaste aree di territorio e milioni di persone. La maggior parte delle radiazioni fu rilasciata nei primi 10 giorni. Condizioni meteorologiche particolarmente variabili, nelle settimane successive all’incidente, fecero sì che la contaminazione ambientale ricadesse su un’area vastissima comprendente ampie zone della Scandinavia, la Grecia, l’Europa centrale e orientale, la Germania meridionale, la Svizzera, il nord della Francia e la Gran Bretagna. La nube radioattiva raggiunse anche gran parte dell'Italia.

In Italia furono la rivista La Nuova Ecologia e la Lega per l'Ambiente, all'inizio del maggio '86, a rendere noti, durante una conferenza stampa, dati che documentavano la preoccupante presenza di radionuclidi su molte aree del Paese. Nei giorni successivi le nostre autorità vietarono perciò il consumo degli alimenti più a rischio contaminazione, come latte e insalata.

"Sulla base dei rilevamenti, venne registrato un insolito livello di radioattività il 29 aprile 1986 in Polonia, Germania, Austria, Romania, il 30 aprile in Svizzera e Italia settentrionale, dall'1 al 2 maggio in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Grecia settentrionale, il 3 maggio in Israele, Kuwait e Turchia...Le sostanze gassose e volatili furono proiettate a considerevole altezza e la loro dispersione fu globale: il 2 maggio vennero registrate in Giappone, il 4 maggio in Cina, il 5 maggio in India, il 5 e 6 maggio negli Stati Uniti e in Canada. Ci volle meno di una settimana perché Chernobyl diventasse un problema per il mondo intero..."

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(Conseguenze dell'incidente di Chernobyl in Bielorussia, Mifunsk, Alto collegio internazionale di radioecologia «Sacharov», 1992)

Nell'area compresa in un raggio di 10 km dall'impianto, furono registrati livelli di radioattività altissimi.

In quest'area si trovava un boschetto di circa 4 km², che a causa delle radiazioni virò verso un colore rossiccio e morì, assumendo dunque il nome di "Foresta Rossa". Furono in particolare i pini a morire e a conferire questa caratteristica colorazione, mentre betulle e pioppi sopravvissero.

Vennero suggeriti, sin da subito, diversi metodi per la decontaminazione del territorio della “Foresta Rossa”. Le discussioni sull’argomento si conclusero nel 1987, con lo scavo di vere e proprie trincee, alte 2.5 metri e lunghe in totale circa 3.5 km, dove si iniziò a seppellire la flora contaminata. Il tutto venne coperto da uno strato, alto circa un metro, di terra.

In totale sono stati sepolti più di 4000 metri cubi di materiali radioattivi. Ciò ha però causato, nel tempo, la contaminazione delle falde acquifere, causata dal rilascio accidentale di sostanze radioattive. Secondo gli scienziati, già 2-3 anni dopo le attività di sepoltura, venne rilevata la consistente presenza di radionuclidi nelle acque sotterranee in prossimità delle trincee. Anziché migliorare la situazione, quest'azione finì dunque per accentuare le problematiche ambientali.

Gli alberi morti costituiscono ancora oggi un rischio significativo, ad esempio nel corso di un incendio, come fonte secondaria di contaminazione radioattiva. Il 29 aprile 2015, a seguito di un sospetto incendio doloso nella foresta, il ministro dell'interno di Kiev, Arsen Avakov, rilasciava le seguenti dichiarazioni: "C'è un ragionevole sospetto che sia un attacco incendiario, come quello che è scoppiato in diversi punti sui due lati del fiume. Le pattuglie sono state incrementate: la Guardia nazionale e il ministero dell'interno sono stati posti in allarme".

A seguito dei primi interventi venne freneticamente costruito un involucro protettivo in cemento, denominato il Sarcofago, che andò a ricoprire il reattore esploso. Esso venne realizzato in tempo record ed in condizioni decisamente estreme, per cercare di contenere le emissioni di radioattività all'interno della struttura. Venne costruito direttamente sopra l'edificio del reattore ed in molti tra coloro che vi lavorarono pagarono inevitabilmente con la vita. Il sarcofago dimostrò di funzionare, ma iniziò fin da subito un processo di deterioramento dall'interno, causato da calore e radiazioni.

Negli anni Novanta il governo ucraino promosse un concorso internazionale finalizzato a selezionare il miglior progetto per ovviare, con una nuova ulteriore struttura, al deterioramento del vecchio Sarcofago. Novarka, un consorzio di imprese francesi, si aggiudicò l'appalto. I lavori, finanziati da oltre 40 Paesi, iniziarono il 13 marzo del 2012 coinvolgendo oltre mille lavoratori provenienti da venticinque nazioni.

Si tratta della realizzazione di una struttura d'acciaio, il “New Safe Confinement” (NSC), grande come un campo da calcio e alta come un palazzo di trenta piani, che dovrebbe proteggere per i prossimi cento anni il reattore 4, ed il cui costo si aggira attorno al miliardo e mezzo di euro.

Le radiazioni, ancora troppo forti per permettere agli operai di lavorare nelle immediate vicinanze, hanno reso necessaria la preventiva realizzazione di un muro di cemento, tra il Sarcofago ed il sito della costruzione del NSC. Nel 2017, data prevista per la fine dei lavori, l’enorme NSC sarà spinto tramite alcuni pistoni sopra il Sarcofago (e questo dovrebbe rendere NSC la più grande struttura mobile della storia). Quando esso sarà posizionato sopra il Sarcofago, due muri di cemento sigilleranno completamente le due aperture della struttura, creando una nuova copertura per uno dei luoghi più pericolosi della terra.

In teoria, mettere al riparo il Sarcofago è soltanto metà del lavoro. La seconda parte dovrebbe portare alla rimozione delle circa 200 tonnellate di carburante radioattivo rimaste all’interno del reattore numero 4. Molti esperti credono che la tecnologia necessaria a rimuoverlo non sia ancora stata inventata. Il completamento di NSC, se riuscirà davvero a isolare completamente il reattore, renderà meno urgente questa procedura. Molto probabilmente tra un secolo, quando NSC non sarà più in grado di fare il suo lavoro, le radiazioni saranno scese al punto da rendere la rimozione del carburante un lavoro molto più semplice.

Case, pozzi, veicoli e persino alberi vennero sepolti sotto un mare di terra, nel tentativo di seppellire con essi la radioattività, di eliminare ciò che non si poteva vedere. Non si poteva vedere, ma c'era. E aveva sconvolto tutto. Un nemico invisibile e pericoloso, ed una paura troppo grande per poterla nascondere ed ignorare.

Svetlana Aleksievic, scrittrice e giornalista, premio Nobel per la letteratura 2015, nell'introduzione del suo libro Preghiera per Cernobyl, parla di una trasformazione dell'uomo da pre-chernobyliano a chernobyliano:

"Cambiò il mondo. Cambiò il nemico. La morte ebbe facce nuove che non conoscevamo ancora. Non si vedeva la morte, non si toccava, non aveva odore. Mancavano persino le parole per raccontare della gente che aveva paura dell'acqua, della terra, dei fiori, degli alberi. Perché niente di simile era mai accaduto, prima. Le cose erano le stesse – i fiori avevano la solita forma, il solito odore – eppure potevano uccidere. Il mondo era il solito e non era più lo stesso. Lo strato superiore di chilometri di terra infetta venne divelto e sotterrato in sarcofagi di cemento. La terra venne sepolta nella terra. Vennero sepolte le case, le macchine...".

La costruzione di Pripyat iniziò il 4 febbraio 1970, con l'intento di creare un sito urbano in cui ospitare lavoratori e costruttori della centrale nucleare, assieme alle rispettive famiglie. Per allora, per essere una città dell'ex unione Sovietica, Pripyat era qualcosa di straordinariamente moderno e confortevole.

Soprannominata la "città dei fiori", grazie alle numerose aiuole fiorite che la caratterizzavano, godeva oltretutto di una posizione logistica molto favorevole. Due ospedali, un centro commerciale, un hotel, ristoranti, cinema, uno stadio, una scuola di musica e una piscina coperta, erano solo alcuni dei servizi che questa città-satellite offriva ai suoi fortunati abitanti. L'incremento annuo della popolazione era superiore alle 1500 unità; nel 1986 essa contava circa 50.000 abitanti, appartenenti a 25 differenti etnie.

Dopo l'incidente, dall'oggi al domani, Pripyat divenne una città fantasma. Convinti di lasciare le proprie abitazioni solamente per qualche settimana, i cittadini abbandonarono lì gli oggetti del quotidiano, le proprie vite, cui non fecero mai ritorno. Tutto ciò che l'uomo aveva costruito perse gradualmente la propria integrità funzionale, restituendo in modo radicale i propri spazi alla natura. Qui i livelli di radiazioni sono ancora così alti che la città non sarà abitabile per i prossimi 24.000 anni. Una volta all'anno, nell'anniversario della tragedia e unitamente alla ricorrenza del primo maggio, i residenti possono tornare a visitare la città in cui vivevano e che è divenuta, per "gli altri", meta di un turismo a tratti morboso.

And though just few thought that there was some sort of danger
The most just said that everything was going fine
There were no orders from the loving, caring leaders
So why should, they ever mind?
In 1970 they built a modern city
To house the workers and to let them settle down
At the beginning there were 50 thousand persons
Now it is, just a ghost town
Welcome to our place, land of justice, wealth and peace
‘cause there aren’t any kind of problems

E nonostante pochi pensarono che vi fosse qualche sorta di pericolo

I più dissero che tutto stava andando bene
Non c'erano ordini da parte dei capi premurosi e amorevoli
Perché avrebbero dovuto mai preoccuparsi?
Nel 1970 costruirono una città moderna
Per ospitare i lavoratori con le loro famiglie
All'inizio erano cinquantamila residenti
Ora è solo una città fantasma.
Benvenuti nella nostra terra, luogo di giustizia, benessere e pace
perché qui non esistono problemi

(dal brano “Sons of Chernobyl” di Peter Aresti)

Il parco divertimenti a Pripyat, la cui apertura al pubblico sarebbe stata prevista subito dopo la festa del primo maggio del 1986, resta una delle immagini più tristemente famose della tragedia, oltre che uno dei luoghi dove si riscontrano ancora i maggiori livelli di radioattività. La ruota panoramica, le altalene e gli autoscontri, non furono mai utilizzati dai bambini cui erano destinati, ed il tempo li ha convertiti in suggestive testimonianze di uno degli episodi più drammatici del XX secolo.

It was the morning of the 26th of April
And all the citizens were sleeping in their rooms
A child was riding, in his dreams, upon the big wheel
Suddenly, a sonic boom
The sky was red as were the glorious flags of freedom
The sirens blared, it also started to rain
but the newscaster said there were

no kind of worries
How could they, be so insane?
Merry-go-rounds, spin and spin without a sound
Because there are no more children playing

Era il mattino del 26 di aprile
Ed i cittadini dormivano nelle proprie stanze
Un bambino stava cavalcando, nei suoi sogni, la grande ruota
Improvvisamente, un esplosione
Il cielo divenne rosso, come le gloriose bandiere della libertà
Le sirene risuonarono, ed iniziò anche a piovere
Ma la conduttrice del telegiornale disse che non v'era

alcun tipo di preoccupazione
Come poterono essere così folli?
Le giostrine ruotano silenziosamente
Perché non ci sono più bambini a giocare

(dal brano “Sons of Chernobyl” di Peter Aresti)

L'area attorno alla centrale venne divisa in quattro anelli concentrici: il più piccolo di essi, che delimita il territorio più esposto alle radiazioni, entro 30 km dalla centrale, è la cosiddetta Zona di alienazione, o Zona di Chernobyl, o Zona dei 30 km, o Quarta zona, o Zona di Esclusione, o semplicemente La Zona. Essa fu istituita nel maggio del 1986, per evacuare la popolazione locale e prevenire l'ingresso nel territorio più fortemente contaminato, dove in dieci giorni si assorbe dall’ambiente una quantità di radiazioni pari a quella che si riceve in un anno intero negli Stati Uniti, da tutte le fonti radioattive messe insieme.

Il territorio circostante la parte centrale,è contaminato in modo diseguale. Punti di massima contaminazione sono stati determinati non solo dal vento, che ha trasportato qua e là la polvere radioattiva durante l'incidente, ma anche da numerosi interramenti di vario materiale ed attrezzature.

Le autorità preposte alla zona di massima interdizione,fanno molta attenzione nel proteggere questi punti da turisti, cacciatori di rottami e potenziali scariche elettriche atmosferiche, ma ammettono che molti di questi luoghi a rischio rimangono ad oggi non mappati. Qualsiasi attività civile o commerciale, così come la semplice residenza, è legalmente proibita e punibile.

Come spiega Stanislav Shekstelo, portavoce del complesso della Centrale Nucleare di Chernobyl (ChNPP), l'interno del reattore numero quattro "è un groviglio di metallo contorto, combustibile nucleare vivo e grumi di corium, una sostanza che ha l'apparenza della lava solidificata che si è formata quando il combustibile fuso si mescolò col metallo con cui veniva a contatto e con il pavimento di cemento su cui poggiava il reattore. L'edificio è così radioattivo che un uomo, all'interno, ne morirebbe in pochi minuti. Perfino i robot che lavorano all'interno del vecchio sarcofago per rimuovere i detriti non possono rimanere esposti troppo a lungo, perché l'elettronica non regge".

Dall'altra parte, è curioso sottolineare il fatto che la regione sia oggi conosciuta come uno dei santuari della fauna selvatica più unici al mondo. Fiorenti popolazioni di lupi, cervi, linci, castori, aquile, cinghiali, alci, orsi e altri animali sono stati documentati nei fitti boschi che ora circondano l’impianto fantasma. Effetti delle radiazioni, come alberi rachitici che crescono nella zona di massima contaminazione, ed animali con alti livelli di cesio-137 nei loro corpi, sono stati verificati.

Ma non significa certo che l’area sia tornata alla normalità, o che lo sarà nel prossimo futuro.

Fare un bilancio reale delle conseguenze sanitarie del disastro di Chernobyl è sicuramente un'utopia, anche perché è in parte ancora sconosciuto il vero effetto a lungo della termine dell' esposizione dell'organismo a tali livelli di radioattività. L’alimentazione basata su cibi fortemente radioattivi ha inevitabilmente minato il sistema immunitario della popolazione, aprendo le porte ad un progressivo ed inesorabile aumento di numerose patologie.

Il cancro della tiroide rimane forse nell'immaginario collettivo la conseguenza più drammatica di Chernobyl. Non ci sono dati precisi, ma è stato comunque rilevato un incremento sensibile dell’incidenza di questo tumore nella popolazione che all’epoca dell’incidente aveva un età compresa tra 0 e18 anni, e risiedeva nelle zone interessate dal disastro. Responsabile primario ed immediato fu lo iodio-131, un isotopo radioattivo con un tempo di dimezzamento relativamente breve di 8 giorni. Nelle popolazioni irradiate sono state osservate anche altre frequeti patologie: cataratta agli occhi, disturbi gravi all’apparato digerente ed urologico, al sistema nervoso e circolatorio, malattie respiratorie, cardiovascolari e immunitarie. È stato inoltre riscontrato un aumento in percentuale di tutte le forme tumorali solide e di leucemie. I tempi di latenza possono essere molto lunghi e i danni genetici si esprimono anche dopo più generazioni. Va considerato inoltre anche l' aumento altrettanto vertiginoso delle malformazioni genetiche nei feti e nei neonati, con le conseguenze demografiche che ne derivano: elevata mortalità neonatale, elevato tasso di aborti, una rapida diminuzione della fertilità e della funzionalità sessuale tra i giovani che al tempo del disastro erano bambini. Ultime, ma non meno importanti, le conseguenze psicologiche e comportamentali. L’incidente ha portato un enorme disordine nelle vite di quelli che sono stati evacuati dalle loro abitazioni e risistemati in altre zone, con radicali cambiamenti delle loro abitudini di vita: aumento di ansia, depressione, stress cronico, disturbi di insonnia e difficoltà di apprendimento, atteggiamenti fatalistici e disordini psicosomatici causati dallo stress mentale. Il riconoscimento giuridico dello status di “vittime di Chernobyl” ha inoltre contribuito alla creazione e al diffondersi di una mentalità vittimistica e passiva, rendendo difficile il reinserimento sociale della popolazione evacuata. Coloro che invece continuarono ad abitare nelle proprie vecchie case o che hanno deciso di farci ritorno accusano un minore livello di stress, ma affrontano condizioni di vita peggiori, un più alto tasso di disoccupazione e convivono con la certezza di essere stati contaminati. I sociologi hanno coniato il termine "sindrome di Chernobyl" per indicare quell’insieme di cambiamenti negativi che si sono affermati sul piano etico-morale nella popolazione colpita: una cinica attitudine nei confronti dei valori umani universali, un calo del desiderio di andare a scuola e di lavorare, un indebolimento del senso di responsabilità, bassa autostima, insolenza, irritabilità, con un generale deterioramento dell’umore.

"Era tornato. Era sempre una festa quando tornava. Indossavo una bella camicia da notte che avevo per quest’occasione. Conoscevo ogni angolo del suo corpo. A volte anche sognavo di essere una parte del suo corpo, eravamo indivisibili. Sentivo un dolore fisico quando andava via. Questa volta è tornato con i nodi linfatici sul collo. Li ho sentiti subito appena l’ho baciato. ...[...]. Non voleva andare dal medico perché non sentiva nessun dolore...[...]. Ho insistito. L’hanno mandato subito dall’oncologo... [...]. Dopo una settimana è stato operato. Gli hanno tolto completamente la tiroide e la parte di faringe. Ora capisco che questo era ancora un periodo felice. Ho imparato a dargli da mangiare tramite una cannuccia. Non sentiva ormai né odori, né sapori. Andavamo qualche volta al cinema e ci baciavamo lì: così ci sentivamo aggrappati alla vita. Poi un giorno non è più riuscito ad alzarsi dal letto. Avevamo ancora un anno tutto per noi...[...].Tutti i suoi colleghi erano già morti. Questo pensiero era insopportabile, nessuno sapeva che cosa vuol dire Chernobyl. Si scriveva tanto su questo argomento, ma siamo stati noi per primi a scoprire l’aspetto più orribile.Volete sapere come si muore dopo Chernobyl? L’uomo che amavo, così che non avrei potuto amarlo di più neanche se fosse stato mio figlio, si trasformava sotto i miei occhi in un mostro, in un extraterrestre.".

(Svetlana Aleksievic, Preghiera per Cernobyl, testimonianza di Valentina Panasevich, una vedova di Pripyat)

In Italia diverse associazioni si adoperano per realizzare programmi di accoglienza e solidarietà per le vittime del dopo Chernobyl. Essi prevedono soprattutto l'accoglienza temporanea, presso i partecipanti al progetto, di bambini provenienti dalle zone colpite dalla catastrofe, dove la popolazione mangia, beve, respira, in luoghi ancora altamente contaminati.

Ospitarli per almeno un mese in un ambiente non contaminato, dona loro l’opportunità di ridurre notevolmente la quantità di radioattività assorbita nell’organismo.

I dati scientifici a disposizione dimostrano che dopo un soggiorno di circa 30 giorni in Italia, i bambini perdono dal 30% al 50% di cesio-127, con punte di riduzione del l’88% dopo almeno 55 giorni di permanenza.

Talk to me, of the things I'll never know
What it means to fall in love, what it means to play and grow, please, sir
Talk to me, about life please tell me more
‘cause my mom is Chernobyl,
And my dad reactor 4
Tell me
Talk to me, and explain what would it be
If I ever had a mate, and I had

a family, mister
Look at me, don’t forget , I never will
I’m a son, you are a son,
We’re all sons of Chernobyl

Parlami, delle cose che non conoscerò mai
Cosa significa innamorarsi, che significa giocare e crescere, per favore, signore
Parlami, della vita dimmi di più
Perché mia madre è Chernobyl,

E mio padre il reattore 4
Dimmi

Parlami, e spiegami come sarebbe stato
Se avessi potuto avere un amore, se avessi potuto avere una famiglia, signore
Guardami, non dimenticare, io non lo farò
sono un figlio, sei un figlio,

Siamo tutti figli di Chernobyl

(dal brano “Sons of Chernobyl” di Peter Aresti)

 

 

Alle ore 1:23:44 del 26 aprile 1986 il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplose.

Dopo 30 anni quello che rimane è una città fantasma.

All’ingresso della città di Pripryat una scritta: “i vivi chiedono perdono ai morti”.

 

Noi abbiamo provato a raccontarlo … a 2160km di distanza.

 

 

There was no way they could have known that morning

That they awoke upon a fateful day

The killer wind came down without a warning

And no one had the chance to get away

The firemen were brave they fought

with honor

But the blaze was more than it appeared to be

And one by one they fell beside their comrades

The victims of a foe they could not see

Mama where are you - Papa where did you go

And where are all the children who used to play here

Only heaven knows

What they saw defied all explanation

Someone said the trees were glowing red

They say the light came from the radiation

But maybe it's the spirits of the dead

Gone the homes the gardens and the playgrounds

Gone the souls who made their livings here

They say this place will always be

a ghost town

It will be for at least six hundred years.

Non c'era modo che potessero sapere quella mattina
Di essersi svegliati in un fatidico giorno
Il vento assassino venuto giù senza un avvertimento
E nessuno aveva la possibilità di allontanarsi

I vigili del fuoco sono stati coraggiosi hanno combattuto con onore
Ma l'incendio fu più di ciò che sembrava essere
E uno dopo l'altro caddero accanto ai loro compagni
Le vittime di un nemico che non potevano vedere

Mamma dove sei - Papà dove sei andato
E dove sono tutti i bambini che erano soliti giocare qui
Solo il cielo sa

Che cosa hanno visto sfugge ad ogni spiegazione
Qualcuno ha detto che gli alberi brillavano rosso

Dicono che la luce proveniva dalla radiazione
Ma forse sono gli spiriti dei morti

Sparite le case i giardini e i parchi giochi
Sparite le anime che abitavano qui
Dicono che questo posto sarà per sempre

una città fantasma
Lo sarà per almeno 600 anni.

(dal brano “Ghost Town” di Huns & Dr. Beeker)

Ultima modifica ilMercoledì, 30 Agosto 2017 17:10
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